alba a mergellina

rossi sono i miei occhi

e azzurri e pallidi

come l’alba feroce

di modi imperativi

che a mergellina dice

muoviti, presto, vivi   

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Autoritratto

Ho il mento forte

il naso importante

devo pur iniziare

da qualche parte

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l’onda

guardala

 

arriva

fragorosa

viva

 

prendila

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Ti vedo sai BLM_RMX

Ognuno sta solo nel cuor della metro

ognuno con gli occhi incollati su un vetro

tra schermi illuminati sotto sguardi spenti

si parla digitando, in improbabili silenzi

 

a pennarello nero l’unico rumore

è a bassa voce dentro l’ascensore

agli italiani di passaggio però dice

abbasso gli altri, evviva  il duce

 

trafitto da un rettangolo di luce

Ognuno sta solo nel cuor della metro

lo sguardo incatenato al palmo della mano

anche da fermo spinge un mondo disumano

ognuno fa lo schiavo

con l’aiuto di uno schiavo

 

badanti in nero, camerieri, baby-sitter

stagiste fattorini operatori di call center

troppo sfinita pure per farmi un hamburger

finirò di sfinire qualche rider

 

ognuno sta solo nel cuor della metro

più solo degli altri sta l’uomo qui dietro

parla da solo ma sa bene che lo sento

accendersi di odio ma con il volume spento

sussurra contro un nero nel vagone

poi una valanga in stampatello di rancore

 

pollici azzurri in su per Adolf Hitler

in Libia non è vero che ci stanno i lager

danno trent’euro al giorno solo a loro

fa bene chi gli spara, si chiama decoro

 

non vola una mosca qui dentro, ti sento, sai

seduto zitto mentre affoghi nei tuoi guai

e dai la colpa a chi affoga nel mare

vorrei dire qualcosa ma non riesco a respirare

 

tra schermi illuminati, sguardi di un solo colore

vorrei dire qualcosa ma non so più le parole

 

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Il passerotto del Sebòn

Mentre tornavo a casa, il mio sguardo si posò su un passerotto ferito. Avanzava arrancando con la zampetta sinistra ripiegata sotto il corpo e l’altra distesa verso l’esterno in modo innaturale, incapace sia di volare che di camminare.

Lo osservavo contorcersi tra il marciapiede e le mura dei palazzi, e ogni tanto schizzare verso il ciglio della strada con un movimento scomposto dell’ala, poi di nuovo procedere a balzelli irregolari, forse sospinto solo dai muscoli del collo e dalla testa, che teneva schiacciata a terra.

Non potevo far altro che restare in piedi, ferma, e osservarlo. Non ho mai avuto tanta dimestichezza con gli animali, quelli vivi. Gli uccelli, poi, anche quelli piccoli, mi hanno sempre suscitato un ottuso senso di repulsione. Napoli è una città piena di piccioni e motorini, e molto spesso i secondi hanno la meglio sui primi, dispensando scene di morte cruenta a bambini inermi.

I piccioni, si può dire, mi hanno insegnato per primi il significato della morte.

Così, non ho mai osato toccarne uno. Solo il pensiero di quel fremito piumato mi fa rabbrividire ancora oggi.  Il film « Gli uccelli » di Alfred Hitchcock, che vidi per la prima volta a sette anni, ci mise il resto. Per settimane ebbi paura di uscire da sola sulla terrazza.

Ero paralizzata: non riuscivo ad agire, né a distogliere lo sguardo da quella povera bestia. 

Dopo un po’, si fermò un altro passante. Restò lì a fissare la scena per pochi secondi, poi si dileguò, alla stessa velocità con cui era arrivato, lasciandoci di nuovo soli, me e l’uccellino malato.

Da dietro l’angolo fece capolino un secondo uomo. Piccolo, stempiato, con gli occhiali e la camicia bianca dentro i pantaloni. Iniziò a osservare l’animaletto con apprensione : « Poverino ! Vero ?» gridai al signore, cercando di trattenerlo.

La bestiola, continuava a dimenarsi. Volevo portarlo a casa, cercare un veterinario, ma come facevo per avvicinarmi, visualizzavo l’immagine del mio pugno troppo stretto intorno al corpicino grigio, la sensazione di ossicini vuoti che si spezzano, interiora, sangue e sensi di colpa.

Traumi.

L’uccellino, nella sua delirante danza a zig zag, si spinse fino all’orlo del maciapiede. Poi sulla strada.

Sul corso Meridionale le automobili e gli autobus erano tornati a correre, più di prima, dopo due mesi di stop forzato.

Il signore con la camicia bianca si dileguò, come aveva fatto il precedente.

Mi guardai intorno, cercando di incrociare gli occhi di chi avrebbe saputo aiutarci. Il distanziamento a cui eravamo obbligati da due mesi e mezzo a causa dell’epidemia rendeva il compito più difficile.

Pochi istanti dopo, il signore con la camicia bianca fece ritorno, brandendo uno strofinaccio. Si chinò sull’uccellino per prenderlo. Quello balzò in avanti, sotto una macchina. « Non andare in mezzo alla strada ! » gridò il signore, con la voce rotta dalla preoccupazione. L’uccellino, testardo e spaventato, continuava la sua fuga disperata. Lo vidi spuntare da sotto la portiera dell’auto, e lo indicai al signore con la camicia bianca. Di nuovo, quello fece per prenderlo, ma l’uccellino, terrorizzato, gli sfuggì con un balzo scomposto dell’ala, che lo fece schizzare in alto, molto più in alto di quanto mi era sembrato fosse possibile, fino a quel momento.

Miracoli della paura.

Il signore con la camicia bianca ora sembrava totalmente concentrato su quell’operazione di salvataggio, lo sguardo angosciato dietro gli occhiali spessi dalla montatura dorata, le tempie imperlate di sudore.

L’uccellino era di nuovo sotto un’automobile. Per prenderlo, il signore con la camicia bianca fece il giro intorno alla macchina, andando a finire così in mezzo alla strada. Ora temevo per lui, mentre i veicoli sfrecciavano a pochi centimetri dal suo corpo, che avanzava e indietreggiava lentamente, carponi sull’asfalto, la testa sotto l’automobile nel tentativo di individuare l’animale nascosto.

Li vidi rispuntare da dietro il veicolo: il signore con la camicia ora non più bianca, ma tutta imbrattata, stringeva trionfante l’animaletto nel pugno sinistro. Senza mai perdere la tenerezza.

«Io ho capito che tu ti sei fatto male » sussurrò il signore con la camicia bianca all’uccellino grigio : «ma è sabato sera, e non ti posso portare da nessuna parte. C’è solo uno a via Carbonara, ma quello si fa pagare, e io mò non tengo tanti soldi ».

« A via Carbonara quanto si prendono ? » Chiesi al signore con la camicia bianca : « non lo so, non ci sono mai stato per un uccello » rispose lui, senza staccare gli occhi dalla bestiolina, che ora teneva delicatamente tra le due mani, avvolta nello strofinaccio.

« Se ha tempo da perdere, potremmo andare… » iniziai. Non feci in tempo a finire la frase, che il passerotto aveva preso a divincolarsi tra le mani del signore con la camicia bianca : « Stai buono ! Stai buono ! Stai buono ! » gli diceva quello con tono deciso, e ad ogni parola si allontanava a passo più svelto verso la sua auto.

Sparì.

Feci appena in tempo a vedere la sua sagoma dietro al finestrino. Riuscii solo a immaginare quella del passerotto sul sedile accanto, dentro lo strofinaccio.

Lanciai un ultimo sguardo alla piccola utilitaria, bianca pure quella, poi me ne andai per la mia strada.

Timidamente, si fece avanti dentro di me una sensazione, vaga, esitante, che l’umanità non fosse poi del tutto perduta.

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Hammam Lif

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Diciassette, Duemila Diciassette

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Cose che appartengono all’alba

Quest’aria rara, quasi si respira

per strada parlano soltanto i muri

e lungo i vicoli un solo rumore

quello delle mie suole, che m’insegue

 

e altre cose così,

che appartengono all’alba:

 

adesso ogni ora ha sapore d’aurora

e noi, solo il diritto alla paura

 

Eppure

le vedevamo allungarsi

le mani del deserto

su di noi.

I silenzi di fuori,

e i moti di dentro

ad ogni nostro sì poco convinto.

 

“è la Natura che si vendica sull’Uomo”

almeno così dicono che sia

ma io non sono Uomo quanto loro:

ferivo solo la natura mia.

 

Chi sa quante persone lo potranno dire,

mentre combattono per respirare,

da sole, tra la folla, in ospedale.

 

Passerà: sola consolazione

di chi non ha dio, e non vuole.

 

E vorrei dirti che sarà speciale

il giorno nuovo, che verrà poi.

Invece posso dirti solo, amore,

che di quel giorno decidiamo noi.

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Cose da fare prima di piangere, accendersi una sigaretta o andare sui social

Cose da fare prima di piangere, accendersi una sigaretta o andare sui social.

Cantare una canzone

provare a suonarla

o a ballarla

scrivere una poesia

una pagina di diario

dire alla persona che sta alla mia sinistra: ti voglio bene

chiedere a quella alla mia destra: come stai?

farmi una doccia calda

disegnare quello che vedo

o che vorrei vedere

leggere un libro (vedi sotto: un libro di piacere)

imparare dei versi di Brecht a memoria

dieci parole di una lingua straniera

prendere la bicicletta

guardare il cielo (non nello stesso tempo!)

uscire in strada

scattare una fotografia

……….

pagarsi i contributiii

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(Non) sei novembre 2019, o l’autunno caldo degli altri

Cercavo l’ebbrezza della prima intervista

la botta di endorfine che dava la carta

non m’importava l’ordine dei giornalisti

la mia deontologia il disordine dei sogni

 

ma gli anni passano, la realtà pure

 

la gente intorno a me iniziava a scomparire

qualcuno diventava bidimensionale

 

Se oggi guardo me dentro lo specchio

vedo una massa pallida di scarabocchi

forse la brutta copia

di quel che ho consegnato ai professori

 

Vorrei fregarmene e cantare ma sembra vietato

a chi non sia  cantante di mestiere

vorrei leggere un libro di piacere

e godere

godere

e contare

contare qualcosa

ma sono analfabeta di ritorno

di ritorno dal lavoro

e continuo la vita di fabbrica

febbrile e placida

attaccata alla macchina

di notte sogno la rivincita dei fatti

sul mondo immaginario degli adulti

 

 

 

 

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  • Delirio Manifesto

    ______________________________________________________________________________________________________ la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve (Mario Ruoppolo) Poesia, altro vizio solitario (Camillo Sbarbaro) liberetutti Nuestros cantares no pueden ser sin pecado un adorno. Estamos tocando el fondo. (Gabriel Celaya) adesso// mi è onore indifferente// generare rime prodigiose// ciò che mi importa è solo// far dannare alla grande i borghesi. (Vladimir Majakovskij) IMG_2408 Fondamentalmente non mi interessa molto la poesia che parla solo di frutta e belle scenografie. Mi interessa la poesia che affronta questioni più ampie, questioni di vita e di morte, ecco, e il problema di come comportarsi a questo mondo, di come andare avanti a dispetto di tutto quello che ci accade. Perché il tempo è poco, e l'acqua si sta alzando. (Raymond Carver)