Antifà

 

Per due anni quando seguivo i cortei studenteschi come giornalista non ho mai potuto raccontare l’energia folle di questi ragazzi. Bisognava sempre “prendere” il ragazzo più intelligente, quello più diplomatico, il primo della classe riformista che ti spiega perché la nuova legge non va bene, pure se tu già lo sai. Cioè era una forma di autocensura, i ragazzi stessi non voolevano parlare se non erano grandi oratori.

Ma la bellezza di questi cento “pischellini” del Virgilio, beccati a caso in una mattina d’ottobre di quelle che Roma è già di per sé uno spettacolo raro, è soprattutto la bellezza di quelli che alimentano un gioso bordello con fumogeni e cori da stadio. Commuovono quando sento che ne hanno addirittura ripreso uno a cui sono particolarmente affezionat@, che dice “difendo la città” : loro dicono invece “noi siamo gli antifà”.

E mi viene un moto d’odio quando penso a tutto il male che si dice dei giovani, quando sono gli unici in grado di dire pane al pane e vino al vino, no all’alternanza, ma anche agli abusi in divisa, al razzismo, al sessismo. Così senza fare grandi discorsi, senza inseguire per forza l’ultimo episodio eclatante, ma attaccando tutto in blocco per quello che è, una cosa pervasiva, ubiqua, che si vive nel quotidiano. Una cosa, come i loro cortei, che si ripete più o meno uguale ogni anno, a prescindere dai governi. Mi viene un moto d’odio quando penso che qualcuno li zittirà facendogli credere che le cose sono troppo complicate perché loro possano parlarne. E mi sorprendo quando mi riconoscono subito come giornalista, ma è nelle cose: siamo gli unici più vecchi di loro a farsi vedere in giro ai cortei studenteschi. Mi viene in mente un monologo che diceva i bambini sono di sinistra: io non so se questi bambini, poco più che bambini, siano di sinistra, ma sono “gli antifà”. E gli auguro lunga vita, perché dei loro fumogeni e dei loro slogan semplici semplici contro il fascismo, oggi, ho tutta la fame del mondo.

P.s.

Di cosa questo fascismo sia, di come sia cambiato dopo un secolo, di come Casapound e Forza Nuova ne siano solo la parte più caricaturale, ho preferito tacere. Questo mio raccontino è un umile atto d’amore per la gioventù che non si lascia scoraggiare da registri elettronici, sette in condotta e celerini. Non sta a me (e nemmeno ai centri sociali né agli antropologi né a nessun altro) spiegare che significano i cori che fanno. Però, visto che mi viene in mente ora e che il mio intellettuale di riferimento non lo fa, e invece lo si fa molto a sproposito, voglio citare Pasolini, per dire un’altra cosa. “C’è stato, e c’è, in Italia un nuovo Fascismo che fonda il suo potere sulla promessa della «comodità e del benessere»”.

Ristabilire le linee di continuità tra il ventennio, gli scritti corsari e le vicende di oggi, per me, servirebbe a fermare il mantra dell’anacronismo, degli opposti estremismi e blablabla. Ma dico così, eh, perché spero che lo faccia il mio intellettuale di riferimento, o qualche maestro d’anarchia di quelli che con facilità parlano tre ore. O magari è già stato fatto, allora fatemi sapere.  Pure un riassuntino.

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Ballata di uno che non mi assomiglia per niente

il dominio dell’uomo sull’altro uomo

e anche su donne animali e altre creature

autrici di bibliografia minore

Maledico

e chi propaga come una necessità fatale

lavoro, casa ed uno stronzo da votare

Maledico

Me stesso

vivo oscurato da una nube tossica

anche nel nome porto un compromesso

Cerco un posto dove fermarmi a metà strada

tra le speranze di una madre ansiosa

e un’utopia concreta ad occidente del Rojava

Non ha famiglia questo mio vagabondare

le porte dei padroni stanno chiuse

sbarrate, quelle dei maestri d’anarchia.

I miei ideali sono morti d’inedia

o forse in incidenti sul lavoro

o ancora esalano il penultimo respiro:

l’Italia a chi la abita

le strade a chi le vive

la storia a chi la abbatte

i muri a chi li scrive.

La geografia

un giorno

mi darà ragione.

 

 

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E venne il turismo di massa

E venne il turismo di massa
a trasformare il tufo in plastica
a cancellare la mia storia da ogni muro
scandendo il mantra stanco del decoro
Non so perchè, vecchia città di pietra
ti sei venduta per due soldi all’uomo bianco
Dov’è finita la mia Spaccanapoli
I tuoi negozi di strumenti musicali
le librerie, le edicole i vinili
ma soprattutto me
cosa mi vuoi far diventare
Una nostalgica che non vuole cambiare
NIENTE
non voglio compromessi col presente
mi chiedo a chi conviene
la rabbia che mi cola giù dai pori
il sangue amaro che mi scorre nelle vene
questo fastidio di chi spera di tornare a come prima
Aiuto
disperdo energia come un tubo dell’Eni
sento una voce in testa che sembra Salvini
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No

No.

100 annegati

68, 300, 1000, -60%

la solita strage di numeri

i soliti saldi

il solito rogo di zingari

il solito aumento del pil

tra gli spari di cifre in tv

alcune mi hanno fatto piangere

ma quali, non ricordo più

Ho detto:

che passi pure la guerra in Africa

ma non i sacchetti di mater B?

No, forse non era così

Ho detto:

passino pure i militari alla stazione

e le carezze ai loro mitra scarichi

ma i pranzi per i poveri a Natale, quelli no.

Squillo continuamente e perdo il filo.

Forse era questo, ma non lo so.

 

Siccità asciuga lacrime

prosciuga le poesie.

Siccità, beviamo per forza

Attacchi informatici

tangenziali est

andamenti di borsa

aumenti dell’iva

muri del Messico

 

E la vita ogni tanto bussa dentro

cocciuta come erbaccia che squarcia l’asfalto

No.

In fondo non vogliamo rassegnarci, mai.

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Affresco

Transatlantico:

Con rabbia

prendo atto

che anche la mia faccia più seria

è giovane

femmina

ridicola

la Verità, v maiuscola

un ibrido di opposte propagande

nella migliore ipotesi

Atac:

trattengo il fiato e lo riprendo in autobus

respiro meglio tra le verità minuscole

guardo le telecamere con gli occhi lucidi

brandelli di discorsi, schermi neri

coprono tutti i cieli

 

Lo chiameranno Pregiudizio Universale

 

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Lievi alla terra (per un amico e altri umani)

Solo i bambini guardano gli arcobaleni
che l’idrante dona
alla canicola, sopra l”aiuola
Solo i pochi bambini di questa città di fretta
che non perde il suo tempo nemmeno per il futuro
e noi
Vorrei chiamarti e dirti andiamo al cinema stasera
Oppure ovunque troveremo posti liberi

in ultima fila

dalla parte sbagliata della storia
Forse sarà in fondo alla via del parlamento
a canticchiare addio Lugano bella a squarciagola
O forse nelle retrovie del movimento
a ridere da matti perché siamo vecchi
perché la morte poverina se ne parla così male
ma in fondo ha fatto tante cose buone

ma noi
viviamo finché capita, che poi
con il dovuto irrispetto
per il regno dei cieli ed il dominio della scienza
vedrai
che ce ne andremo in un posto segreto

solo a certi bambini sarà dato di saperlo

non me ne vogliano Einstein e Bergoglio

Sarà nascosto tra le goccioline dell’idrante
Sarà un divano letto su una stella

ora facciamoci una passeggiata sulla spiaggia

pazienza per i demoni che abbiamo alle calcagna

Soltanto questo oggi possiamo dirci, Tenerezza

d’essere lievi alla terra

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Alieni

Con le unghie conficcate nella carne del mondo

lasciano cicatrici

che viste dalla terra sono muri

ché loro, tanto, vivono fuori.

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preghiera del parco

“Questo sarebbe un marciapiede!”

una cravatta con il nulla dentro

sbotta con l’aria di chi non ha tempo

io sarò pure in bicicletta- gli rispondo

tu sei una macchina però, ti rendi conto?

Forse tutte le strade porteranno a Roma

se sei un politico, un turista, un camerata

ma se ti vuoi inventare la giornata
di certo Roma non porta a nessuna strada

la vita è gratis solo in qualche parco

per i bambini e le vecchiette quando è giorno

e per i ladri e le puttane nottetempo

io ci vado al crepuscolo

perché sto in mezzo

sul prato vanno anche tre suore e un uomo

una di loro ha una borsetta rosa in mano

una ragazza corre con la faccia dura

intorno al braccio ha una fascetta nera

con uno smartphone che pare una flebo

mi stendo a terra, ascolto il mio respiro

Cerco il dio degli anarchici nel cielo

e pure se non c’è, comunque prego

“proteggi ovunque quelli a cui ho detto ti amo

aiutami a sapere sempre io chi sono

ricordami che il mondo non è di nessuno”

 

 

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un pensiero in cuor mi sta

Diceva Lenin, quando le condizioni per la rivoluzione non si verificano, bisogna studiare.

O forse lo diceva Gramsci.

In ogni caso, lo dicevano i nostri genitori, prima di votare PD.

Me, almeno, mi hanno fregata così.

Il cambiamento bisogna conoscerlo, prima di crederci. Bisogna capirlo, non ci si può fidare a pelle.

E abbiamo deciso di studiare, di raccontare, di ricercare i movimenti.

Sperando ardentemente di trovare il nostro.

Abbiamo scritto articoli, tanti. Con qualche laurea in cornice, quattro spiccioli in tasca. Ci hanno letto mamma, papà, gli amici stretti.

Con gli occhi nei mirini, le mani sulle telecamere, i pugni chiusi, le dita sul registratore, sulla tastiera, le dita ad accarezzare la faccia evanescente della rivoluzione con la r minuscola.

Stavamo lottando e forse non ce ne accorgevamo nemmeno.

Ci dicevamo compagni, con un po’ d’imbarazzo.  Ce ne siamo stati da parte, ma sempre dalla parte degli sfruttati. Compagni di chi? Compagni da soli.

Senza un partito, forse non ne sentivamo la mancanza. Senza un giornale di riferimento, nostro malgrado. Senza patria, fieramente.

Per questo eri come noi, almeno, questo mi sento nel cuore, anche se eri migliore.

Ora però mi sembra ch’è cambiato tutto, e non riesco a non pensarti.

Per te, domaniforgiulio dovremo essere più forti.

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Della serie: espressioni giornalistiche che non significano niente (parte 3)

violenzné scale né escalation,
solo storie terribili e uomini infami.

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  • Delirio Manifesto

    ______________________________________________________________________________________________________ la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve (Mario Ruoppolo) Poesia, altro vizio solitario (Camillo Sbarbaro) liberetutti Nuestros cantares no pueden ser sin pecado un adorno. Estamos tocando el fondo. (Gabriel Celaya) adesso// mi è onore indifferente// generare rime prodigiose// ciò che mi importa è solo// far dannare alla grande i borghesi. (Vladimir Majakovskij) IMG_2408