Mi bruceranno gli occhi quando guardo il mare

Avemmo molte cose belle e poco tempo

Fu un’avventura meditata a lungo

O una graziosa truffa senza senso

Non ha importanza adessso

Verranno loro, spianeranno tutto

dove facemmo amore, faranno deserto

Cancelleranno ogni traccia di noi

stelle marine nelle aree industriali,

piccole vite che guizzarono a Bagnoli

e in altri luoghi

dall’area flegrea fino a Napoli est.

Mi piacerebbe essere giovane e bruciare

Poterti maledire insieme al litorale

Sopporterei di più questa devastazione

Gli artigli delle gru, le ruote dei bulldozer

Le penserei tremenda ritorsione

divinità vendicatrici

Invece no

non riesco a ragionarti con rancore.

Che stiano escogitando un muro,

odio, solo questo

a nascondermi la spiaggia dove non ritornerai

a togliere i nostri tramonti ad altri amanti

che li meriterebbero assai più di noi.

Di tanto in tanto, dal finestrino del treno

tra i luoghi malmenati, alle pendici del Vesuvio

amara rivedrò la luce che avevamo

dal non guardarla non avrei consolazione

al massimo mi pruderà una cicatrice

sulla pupilla, dove ti specchiavi tu,

forma più umana di speculazione,

forse, non lo so

Meglio comunque che vedere un muro

artificiale

un’indegna lapide davanti al sole

meglio duemila nostalgie, di questa rimozione

non c’è devastazione che sollevi dall’amore

Non voglio fare come da ragazza e andare a fuoco

al massimo mi bruceranno gli occhi, un poco

a San Giovanni, quando guardo il mare

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Libri

ho sognato che non era il mondo in cui il potere brucia i libri

era quello in cui convince le persone della necessità di bruciarli

Biglietti

ho incontrato un uomo che chiedeva i biglietti alle persone che entravano nel tram

gli ho chiesto se fossero affari suoi, che la gente avesse il biglietto o no

mi ha risposto che l’anarchia è una bella utopia, ma non si può fare

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bastarde traiettorie del denaro

 

Andiamo via in silenzio

Lasciamo tutto al nulla

Venduti

I miei capricci sulle tue ginocchia

i lunghi drammi per la matematica

Interminabili parate di pupazzi nel salone

E sconfinati pranzi di Natale

Venduti

I miei disegni sul muro

e il muro

Le vostre lacrime per le scale

e le scale

e le storie che salivano i gradini

di macellai e di affittacamere

Di zii mangiati vivi per i debiti

Di case occupate e di accordi di pace,

Di Anita Della Corte, impiegata alla Nato

di prostitute, alcolizzati, tossici,

Concetta Della Corte e le sue forbici

 

del mio cavallo a dondolo sulle riggiole

Dondola la sconfitta inammissibile

Di vendere

L’unica casa possibile

Nell’unico vico possibile

Tra milioni di milioni di disgrazie irreparabili

in imbarazzo per le mie miserie piccole

Sto

Con il mio grammo di tragedia
In tasca

Nell’altra tasca le chiavi di un’altra casa

o solo di un rifugio in cui dormire

in esilio

Dall’unica casa possibile

Dell’unico vico possibile

Nell’unica città possibile

 

Bastarde traiettorie del denaro

Rifonderemo una città migliore

Ritorneremo nel nostro quartiere

o resteremo altrove

A contemplare le nostre macerie

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con il mio corpo di battaglia

con il mio corpo di battaglia

qui

i miei lividi azzurri

e gli occhi

chiusi

vivo

adesso

alla facciaccia vostra

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Ancora Napoli

Mi sveglio nella stanza nuova, a Roma, pensando alla città mia: cosa le resterà di questo scudetto? Sarà la consacrazione definitiva della mercificazione di Napoli o il sussulto di dignità di un popolo che riscopre il suo carattere ingovernabile e la sua identità oltre le dinamiche del capitalismo? E se io non avessi partecipato abbastanza ai processi di trasformazione della metropoli per riuscire capirlo?

Ha senso festeggiare l’amore sconfinato per una città che smette lentamente di esistere? Per una sedicente identità ribelle, la cui presunta irriducibilità al pensiero dominante è quotidianamente smentita dalle logiche del profitto, perlopiù turistico?

E mentre penso a tutto questo, ragiono sulle scadenze di fine aprile, e osservo che fare l’andata e ritorno in giornata col regionale è uno sbattimento, che la Lazio può vincere e che sto rimandando le pulizie di primavera da due mesi.

Ma le mie mani iniziano a cercare una maglia azzurra nell’armadio, dal telefono partono D’Angelo, Liberato, Ricciardi eccetera, il mio culo si siede motu proprio su un trenino per Termini e poi su un regionale per Napoli.

Sono scesa, e ho visto gente felice di riprendersi le sue strade. Spero d’aver visto bene perché, se ho visto bene, questo mi basta.

Pure se abbiamo pareggiato, pure se ho passato un’ora alla stazione a fare le tarantelle per salire su un regionale stracarico, pure se la camorra, il neoliberismo, i turisti si sono mangiati il mio quartiere e la mia casa, e non mi hanno lasciato che poche ossa su cui piangere.

Napoli.

Finché queste tre sillabe continueranno a valere di più di tutti i miei, di tutti i nostri ragionamenti, finché ci guiderà l’amore per un’Idea di questa città – ognuno ha la sua, ma ognuno ne è comunque ossessionato – finché per Napoli si piangerà e si proverà rabbia e si esulterà e si amerà e si odierà, mi dico, l’uovo di Virgilio è salvo.

Ho dubitato, però oggi credo che Napoli esista. E si difenda. Ancora.

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appunti di lavoro

Dove lavoro io c’è un bambino di otto anni che di solito passa tre ore di doposcuola consecutive a sbiascicare cazzoculoculocazzocazzonelculoculonelcazzopornazzipornazzitumadrebocchini

pompinicazzoculocazzo. Tipo mantra. Oggi abbiamo letto il GGG di Roal Dahl e si è, tipo, incantato.

Abbiamo parlato di brume lattiginose, di bagliori argentei, di sguardi che errano e venti che mugghiano. Mi ha chiesto che cos’è un individuo, gli ho dato una risposta un po’ così. Mi ha chiesto come funziona una biblioteca, e cosa succede se non riesci a riportare i libri nel tempo stabilito.

Poi siamo dovuti tornare sul testo di scuola, con una filastrocca insipida su un laghetto che cambia colore a seconda delle stagioni. Allora lui mi ha detto che non voleva leggere e ha ricominciato con la sua nenia di cazziculi e culicazzi.

Scrivere libri idioti per creature intelligenti, educare i bambini a sopportare diligentemente la mediocrità e la noia, ho pensato, è il più reazionario dei torti all’umanità.

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amare napoli

Non vergognarti quando odi Napoli, perché solo chi l’ha maledetta almeno una volta può dire di amarla veramente.

Napoli è di chi ci si piglia collera, è di chi si fa il sangue amaro, di chi trattiene e di chi non trattiene le lacrime, di chi stringe i denti e odia pur di continuare ad amare. Di chi conosce i soprusi della camorra e il razzismo dello stato, ma ogni mattina si sveglia e decide di brandire il proprio accento come un vessillo sdrucito di resistenza.

Napoli è di noi che in mente le giuriamo “per sempre” pure se teniamo già un piede sul motore, pure se poi il destino ci separa, è di chi non la lascia mai e di chi la lascia ma non smette di sognarla nelle notti milanesi, tedesche, americane. Perché a volte Napoli non basta, perché vuoi smettere di abbassare la testa, dare un quadrato di verde ai tuoi figli oppure essere solo riconosciuta come essere umano quando lavori, quando parli e quando fai tutte le cose.

Non fidarti di chi ti dice “beata te che sei di Napoli”. Non fidarti di chi ti dice che Napoli è bella senza ma. Chi può dire di amare una città, o una persona, senza detestarne profondamente il dolore e la malattia? Massimamente diffida di chi ti dice: “Napoli, fantastica, ci vivrei”. E subito aggiunge: “per un periodo”.

Amare Napoli non è una vacanza. Tu puoi andare e tornare da Napoli, ma se la ami sinceramente non ti liberi mai dall’assillo di una nostalgia colpevole. E questa è una benedizione e una condanna.

Napoli, amica mia, è di chi la ama nonostante. Gli altri possono al massimo fotografare le sue mutande, appese ai fili tra i nostri balconi. Gli altri sono spasimanti, corteggiatori, tuttalpiù innamoràti.

E innamorarsi è facile, dice il maestro. Il difficile è restare fedeli all’amore.

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un’altra fottuta poesia su quella-cazzo-di-città

Napoli, chi ti parte non può più riaverti indietro

e per sempre è perduto chi tradisce, e io ho tradito

per qualche briciola di libertà e pochi denari.

Ti penso brutta a tratti, soffocata dai tumori

penso che sto scappando per non dirti addio

 

odio quei tavolini proprio sul mio primo bacio

l’odore di frittura l’arancione degli spritz

massimamente odio il tuo sguardo inquisitorio

 

te ne sei andata tu, non solo io

per ricordarti meglio vorrei ucciderti, in cuor mio

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Protected: Un negozio caro

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annunci occitani

Cerco un ragazzo che si chiama Charles

Ero seduta a una panchina alla stazione

e lui cercava il cuore

Per dirmi je vous ai trouvée jolie

ho finto di guardare il cellulare

perché di solito si fa così

Quando ho capito che non era un animale

Era già lontano, imbarazzato e triste

Resta la voglia di berci un caffè

anche se è troppo giovane per me

Cerco un ragazzo che si chiama Charles

 

Cerco Selim, se qualcuno lo vede

Che mi pagò il biglietto quando vide che piangevo

Davanti a un controllore che non ci cascava

Lui ha fatto l’insegnante, ma non gli è piaciuto

È un operaio, dans le bâtiment

Selim ci casca, lui, gli dico grazie

E mi vergogno, ma non so come pagare

ma ora lo so e mi voglio sdebitare

però mi accorgo delle cose troppo tardi

Cerco Selim, se qualcuno lo vede

 

Cerco una bimba che si chiama Stella

Mi ha scritto un bigliettino in italiano

Con tenerezza che solo i bambini sanno

Avrei voluto dimostrarle più entusiasmo

Ma ho assecondato il suo perfezionismo

ok, l’ortografia può migliorare

Ma sei perfetta tu, spero ti basti

Con l’acne in faccia e con la macchinetta

Cerco una bimba che si chiama Stella

 

Cerco una donna con le spalle curve

forse è ancora bloccata alla stazione

a inseguire treni che non sa per dove

o forse si è nascosta in bagno per fumare

e per non farsi interrogare sull’amore

o sta frugando in borsa, ed è una scusa

per ignorare un cielo luminoso

 

con un maglione verde, con le labbra secche

cerco una donna che

si chiama me

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  • Delirio Manifesto

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    la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve (Mario Ruoppolo)

    Poesia, altro vizio solitario (Camillo Sbarbaro) liberetutti

    Nuestros cantares no pueden ser sin pecado un adorno.
    Estamos tocando el fondo. (Gabriel Celaya)

    adesso// mi è onore indifferente// generare rime prodigiose// ciò che mi importa è solo// far dannare alla grande i borghesi. (Vladimir Majakovskij)
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    Fondamentalmente non mi interessa molto la poesia che parla solo di frutta e belle scenografie. Mi interessa la poesia che affronta questioni più ampie, questioni di vita e di morte, ecco, e il problema di come comportarsi a questo mondo, di come andare avanti a dispetto di tutto quello che ci accade. Perché il tempo è poco, e l'acqua si sta alzando. (Raymond Carver)

  • Si soffre di ghurba come si soffre di asma, non c’è cura, e i poeti soffrono ancora di più. La poesia in se stessa è già ghurba. (Murid Al-Barghuthi)