Tentativi di approccio amoroso e rivoluzionario

Non capirò mai le cose che mi stanno sulla testa.

Come funzionano i fili dei treni, dove va l’anima quando siamo su facebook, cosa ci chiede l’Europa, e perché ce lo chiede, se non ci siamo mai iscritti al suo esame.

Se è meglio un meno peggio oggi o la rivoluzione domani.

Se sono vere, forse non importa, le leggende elettorali.

Non ho la stoffa, davvero, dolcezza

del cravattaro sovranazionale

né dell’incravattato da televisione

o del livoroso arringatore digitale.

Sono un guerriero analogico, dolcezza

So perdermi anche senza navigatore

e inventare i nomi ed i segreti delle strade.

Conosco un paio di posti che ti voglio far vedere

da cui si vede tutto l’universo, e anche un po’ di mare

 

per loro non saremo niente mai, dolcezza

E, fossi in te non mi ci sforzerei.

Dobbiamo essere, dolcezza, essere per noi.

 

 

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Dicembre

Dicembre, andiamo, è tempo di migrare

Inverno porta al pascolo i turisti

la strada è un altro ostacolo da superare

 

abbiamo gli occhi i nasi i gesti gelidi

penso la vita amara del fazzoletto

fatta di lacrime e moccio soltanto

chi sa perché l’hanno chiamato Tempo.

Noi siamo un poco altrove ci stupiamo

Qui non cresce più niente

né una tenue protesta massmediatica

né un fiorellino brutto di discarica.

mi fai delle domande che tu sai e io no

ti do delle risposte che non ho

sembra la scuola dell’obbligo

quando avevamo i grembiulini uguali

e non mi tremavano mai le mani

ci hanno spiegato come si abortisce

senza spiegarci mai come si nasce

come si cresce

 

ci hanno spiegato come si ubbidisce

senza mai dirci come si capisce

mi guardo dentro una vetrina mentre piove forte
non so proprio di cosa ci stupiamo.
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preferisco Amleto

come si usa il sale credo si debbano usare le parole

non so come si possa usarne tanto e male

un’ anarchia precisa come un orologio

fatta di frasi brevi precedute da propongo

questa è la mia chimera facile e banale

 

mai più uscirò di casa con la mente in guerra

per ritrovarmi ad ascoltare un pessimo monologo

che troppe volte ho già sentito e risentito

 

a tutto questo ho sempre preferito Amleto

 

 

 

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Qualcosina

 

A Piazza San Giovanni c’è il sole. Pure se Repubblica aveva detto nuvole, e aveva parlato di oggi come se Roma attendesse una catastrofe naturale e non una manifestazione politica. Così, se Genova era stata di magnitudo “6.5”, questa doveva essere giusto un po’ più debole, mangitudo 5. Trovo pure Andrea,  Alessandro, Francesco, Chiara, e altri amici. Pure se per Repubblica dovevo trovare “agitatori”, “black bloc francesi”, “duri centri sociali”, e “temuti ultras del Napoli”.

 

Partiamo. Mi faccio un giro tra i duri e i temuti. Alcuni non li vedo da anni, ed è bello ritrovarsi tutti qua. Che fai, che racconti, ti ricordi il quindici ottobre, e ti ricordi il quattordici dicembre, e lo sai che ora abito a Londra , e che hanno fermato tutti i pullman da Napoli, e andiamo un po’ più avanti, dai. Su via Merulana, neanche un negozio aperto. Tutto è tranquillo. Solo la musica qua e là tra gli spezzoni ci dà un po’ di movimento. Del corteo vedo solo la testa. La coda no, siamo tanti. Studenti, precari, ma soprattutto attivisti per il diritto all’abitare e per i beni comuni. Occupanti di case, No Tav, No Muos. Famiglie. Passeggini, un sacco. Un fitto schieramento di celere ci sta davanti, rallentando il più possibile il nostro percorso. Quattromila poliziotti, dicono i giornali. All’altezza di via Napoleone III ci aspettano i militanti di Casapound, con caschi e mazze. Sento qualche grido, vedo solo una manciata di gente tornare indietro verso via Merulana, innervosita.

 

Più avanti, verso il ministero delle finanze, l’aria si fa più tesa. Le bandierine rosse dei comitati per la casa “Stop a sfratti e sgomberi”, quelle bianche e rosse dei No Tav, quelle blu dei comitati per l’acqua, non smettono quasi mai di sventolare. Come il gruppo di murga argentina che suona dall’inizio alla fine della manifestazione. Sento un paio di cose che esplodono. Caricano. Quando la gente inizia a correrci addosso, corro pure io. L’amica con cui sono, che per un soffio non si becca un sanpietrino in testa, sostiene invece che sia più prudente, in questi casi, accostarsi a un muro e stare fermi. Si scatena un mezzo dibattito sul tema. Ci disperdiamo poco dopo la carica, recuperiamo il corteo da una strada  secondaria.

A Piazzale di Porta Pia ci arriviamo con il sorriso sulle labbra. Per diventare dure e temute ci stiamo ancora attrezzando, ma almeno siamo qua.

 

Per tornare alla stazione Termini, chiedo indicazioni a un passante. -Ti converrebbe passare da sinistra, mi dice, però stai attenta, che troverai qualcosina.- Attreverso qualcosina, ovvero quel che resta del corteo, con un po’ di frustrazione. C’è ancora tanta gente, e resterei volentieri a Porta Pia questa notte, per accamparmi, per l’assemblea romana di domani. Questa volta non posso. Mi consola lo slogan che lancia l’assemblea di (oggi), lunedì 21, a Palazzo Giusso, alle quindici. E’ solo l’inizio, dice.

E dice anche che hanno fermato Celeste, Sara e altri tredici. Purtroppo, ce lo aspettavamo.

E’ solo l’inizio, uno ci spera sempre. Anche se è una cosa che si dice ogni anno. Per ora, comunque, è già qualcosina.

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l’autobus

ti senti soddisfatto tu dentro una scatola di umani

quando tra loro fai sgusciare le tue mani

finche non mi raggiungono

per un lungo secondo che ci umilia tutti e due

non ho pietà per la tua barba incolta

non so perché ti risparmio un insulto

come mi manca a volte

non saper fare paura.

 

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domani mi vesto di rosso

se districassi questo groviglio di vicoli

sarebbe forse grande quanto napoli

il mio quartiere dove tutto è in miniatura

 

le strade sono larghe quanto basta

per camminarci in due o per scorrazzarci in vespa

ma se fossero strade anche solo normali

Roma sarebbe la metà dei quartieri spagnoli

 

i negozi sono due metri di lato

non girano randagi da supermercato

gli uomini sono omini piccoli

un metro e trenta, sgommano tra i vicoli

le donne donnine minuscole

un metro e venti, postura da vrenzole.

 

Non so per che miracolo

le voci della gente invece arrivano

dove non osa il suono del megafono

tranne la mia che è soltanto un puntino

infinitesimo di suono

 

riesco ad alzarla a volte

però non sempre posso

domani per esistere

mi vestirò di rosso.

 

 

 

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l’adolescente snob del cazzo

la classe l’ho tradita qualche volta e con piacere

presidio, corteo, cose, sciopero generale

la scuola però non la volevo mai saltare

se non tre volte o due, ma per dovere sociale

 

il tempo libero pensavo

mica è libero davvero

se no non ce ne avremmo così tanto

per rilassarmi, all’alcool, preferivo farmi un pianto

 

una notte umida d’estate non riuscivo più a dormire

accartocciai cento disegni,

con uno schiaffo al muro ammazzai un sacco di sogni

lasciando delle macchie nell’intonaco

 

se tornassero un giorno per miracolo

a ronzare

spero di avere più  coraggio per lasciarli andare

lasciarli vivi e liberi

di pungere e volare

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il privilegio

 

con le mani fredde
con gli occhi pieni di vento
con i pensieri nella testa
presi in prestito
ad un filosofo scettico
di quelli che si incontrano
in un regionale sovraccarico
ritorno
ma quanto sono rotte queste strade
penso
a parte l’umore
qui va tutto male
lo so, l’amore eterno è un privilegio
per cattolici, borghesi
e adolescenti semianalfabeti
al limite
ma lei
con il colore dolce delle nespole
con queste vite un po’ tragedia un po’ giocattolo
con l’universo che calpesta tutti i giorni questo vicolo
lei
l’ami per sempre o non la ami mai
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poesia della belle de mai

 


la mia finestra

affaccia sui treni che partono

per pendolari e pieds-noirs in pensione

niente somiglia più di questo

ad una vista mare

marseil-été2012_014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sai, qui non riesco a scrivere

è che gli autobus

li aspetto troppo poco

ma in compenso

le strade sono vuote e vanno bene per cantare

o inventare musiche terribili e leggere

 

Lei

lei ha i capelli lisci in modo innaturale

e non si muove

lui le mangia le  labbra

che sembra muoia di fame

e, a me, mi fa pensare alla violenza

più il sedicente amore che impedisce e che costringe

che i sampietrini

che mordicchiano

vetrine e sbirri

scene che a volte guardo

come guardo te,

con disincanto misto a tenerezza.

 

ci sono notti che col lume dei lampioni,

i negozi e la luna

 

la mia ombra si moltiplica ai miei piedi

non so a quale somiglio

ma che fa

des fois je chante

seule

sous le tunnel qui va jusqu’à chez moi

de toute façon il n’y a jamais personne

je siffle aussi, en avance sur les garçons

qui passent, rigolent, rien ne change

 

a volte fischio mentre passo sotto un tunnel

a volte corro a più non posso,

deraglio spesso

eppure

rimango una finestra e ti guardo partire

 

avrei  voluto essere il treno, ma che fa.

 

 

 

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una città sicura

ci trascinano a forza in una cella elettorale

pizzico sullo stomaco

naso tappato ed una croce nera

per dire sì

 

al contratto nazionale

di custodia cautelare

 

gli sbirri dell’inconscio

danno questi ed altri colpi

il resto lo fanno

quelli in giro per le strade

 

che preferisco quando mi guardano male

se non possono proprio fare a meno di guardare

e che non amo

 

ma il peso massacrante del buon senso,

la repressione che mi porto dentro

odio

e la certezza, il dono degli stolti

e la grande città deserta stupida e sicura

marseil-été2012_010

è tutto quello che mi fa paura

 

 

 

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  • Delirio Manifesto

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    la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve (Mario Ruoppolo)

    Poesia, altro vizio solitario (Camillo Sbarbaro) liberetutti

    Nuestros cantares no pueden ser sin pecado un adorno.
    Estamos tocando el fondo. (Gabriel Celaya)

    adesso// mi è onore indifferente// generare rime prodigiose// ciò che mi importa è solo// far dannare alla grande i borghesi. (Vladimir Majakovskij)
    IMG_2408

    Fondamentalmente non mi interessa molto la poesia che parla solo di frutta e belle scenografie. Mi interessa la poesia che affronta questioni più ampie, questioni di vita e di morte, ecco, e il problema di come comportarsi a questo mondo, di come andare avanti a dispetto di tutto quello che ci accade. Perché il tempo è poco, e l'acqua si sta alzando. (Raymond Carver)

  • Si soffre di ghurba come si soffre di asma, non c’è cura, e i poeti soffrono ancora di più. La poesia in se stessa è già ghurba. (Murid Al-Barghuthi)