la più grande storia d’amore nel minor tempo possibile

sai

ai vostri fischi sulle spalle

io preferisco

i miei peli sulle gambe

però tu mi hai detto

la più bella cosa

che mi abbia mai detto un uomo

cioè, per farla breve

delegare è una stronzata. 

E il modo un po’ da ricco in cui ostentavi

disinvoltura nei sandali rotti,

e il tuo spagnolo ruvido

il tuo accento apolide

ricordo

e non di che colore avessi gli occhi.

ma che fa.

 

ti ho amato dal primo momento

che ti ho visto a dopo un’ora

ma forse se ricapita ti amo ancora.

 

 

 

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del tempo imperfetto

come a volte le belle gambe

ci incroceremo un giorno

on se croisera

in un francese futur simple

non credo

il mio passato italiano

più che perfetto

è un’invenzione della nostalgia

e la grammatica più onesta che conosco è araba.

dove il presente, anche il più luminoso,

non è che un modo dell’immenso tempo

imperfetto.

ma come a volte fanno le scie chimiche

ci incroceremo

riparerò i miei occhi come sempre

sotto la pensilina delle ciglia

o tra i vestiti di un negozio chiuso

guardare il vetro solo in caso di emergenza.

eppure dopo vorrei il tempo di voltarmi indietro

soltanto per vedere la tua schiena sprofondare

tra le porte scorrevoli di un treno della metro.

 

 

 

Disclaimer: Scie chimiche è una licenza poetica https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=273641

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20 luglio 2001. Io non c’ero, mi ricordo.

Il ricordo che mi resta di Genova 2001 è il ricordo di una foto su la Repubblica.

Anche qualche fotogramma del tg2, che guardavamo, a volte, mangiando dolci pieni di miele in un bar gestito da italiani.

Lei aveva negli occhi la luce del teleschermo e farfugliava qualcosa su di un estintore.

-PERO’…quello ci aveva l’estintore…-

Ma no, che non farfugliava. Magari.

Parlava, proprio.

C’erano due bar nel paese, o tre, non me lo ricordo.

Repubblica, vecchio di un paio di giorni, non so come te la procurassi. Neanche in vacanza ne potevi fare a meno, eh.

Io raccoglievo ossi di seppia e teschi di capra su un’isoletta selvaggia, mi tuffavo da un molo che mi sembrava altissimo. M’innamoravo per la prima infinita volta, ché non è vero mica che i bambini non s’innamorano.

L’ingranaggio della memoria serve a quelli che non c’erano e vogliono ricordare lo stesso.  Ma i miei ricordi veri di quei giorni sono questi, per quanti video e inchieste poi possa aver macinato su storia e geografia, archeologia e narrativa di piazza alimonda, bolzaneto, la diaz, de gennaro, pacifisti violenti anarchici compagni sindacati disobbedienti black bloc.

Quando andavamo a casa mi facevo la doccia e  poi mi mettevo a disegnare dei fumetti di fantasia su un ragazzino.

 

Un ragazzino che combatte mostri.

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evadere

 

 

 

 

 

 

 

 

vietato penso che.

vietato dalla legge del francese

dell’italiano del polacco dell’inglese

su temi analisi cronache e saggi

e soprattutto sui giornali

-veridici e neutrali-

divieto assoluto di io credo 

di voglio dire dubito  mi chiedo.

Vengo da giorni di esercizi e regole

e ho l’impressione

la grammatica sia un carcere speciale

per parole

la vita vera un manuale tascabile

per imparare un esperanto duttile

utile quanto fragile

però qui è troppo semplice

il piano di evasione

per una rispettabile prigione

e allora penso se potrei e già sono fuori

e mi concedo un maperò

un kalografo un cromoforo

un darosbecoadelfomanofrillero

molti secondo me la mia opinione il mio pensiero

troppi cioè diciamo in pratica ma serio.

 

ti avrei scritto

una aleph immensa

una zeta cometa

una esse cadente

ma accenti acuti e apostrofi

non sono valsi niente.

tu non l’avresti letta

però

volevo scriverti

una lettera perfetta.

 

 

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un arcobaleno sul centro direzionale

 

 

 

 

 

 

senza bisogno di bugie

le cose basterebbero

a se stesse

?

servono le parole

in un mondo sincero

?

mi chiedo

non credo

al rumore bianco

che schiuma

dalle vostre bocche

 

non credo

 

al profilo storto

di questa

colonna

idiota e fragile

 

aaaaaa

 aaaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaa

aaaaa

aaaaaa

preferisco una A

 

in stile dorico

 

un arcobaleno sul centro direzionale

 

un pezzo ruvido di  pane e miele

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verrà anche per noi il paradiso fiscale

Amore

guarda come suona male

in una poesia la Globalizzazione
da grandi anche noi sfideremo il monsone
anche il vento conviene importarlo dall’est
il mondo domani avrà troppi deserti
e tutti avranno lo stesso nome
ma non preoccuparti
dicono in tivù
si sopravviva
anche senza mangiare frutta di stagione
dicono
ai confini di ogni tempesta
risplenda un vicolo stretto di sole
non ti preoccupare
verrà anche per noi il paradiso
verrà anche per noi il paradiso
fiscale
pieno di neve
e di pesche e ciliegie
e tempo indeterminato
e giornata di otto ore
e tu potresti dirmi che una volta
anche il paradiso era un posto migliore.
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la più semplice al mondo

 

 

 

 

 

 

sebbene sia la più semplice al mondo

ha una declinazione proprio irregolare

la voce roca del verbo amare

amo la vita così come capita

che certe volte prende a morsi

in faccia

che scaccia le ambizioni come mosche

 

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una strada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la tua grande ferita sulla schiena

è ancora aperta

ci ho camminato sopra

tante volte

scusami

è che mi fa star meglio

camminarti addosso

a nessuno importa

se una strada

ha il morale sotto i tacchi

sotto i taxi

se proprio vuole darsi un tono serio

la gente preferisce stare a consolare

il cielo

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pericolo di crollo

 

Non ho mai capito come facciano le ragazze normali ad avere quelle unghie perfette e quelle grafie rotonde.

A essere belle sempre e  sempre dire che stanno malissimo.

Mi chiedo se la storia ci lascerà mai un paragrafo.

A noi, generazione enorme di poeti, i cui versi grondano dai blog come l’acqua dai tetti.

Sopra le nostre teste

dopo la pioggia forte.

poeti che si vergognano

di questa cosa presuntuosa e d’altri tempi

-non chiamateci poeti-.

Se avessimo avuto il tempo

di restare nella storia

ci saremmo chiamati

poeti maledetti

dai contratti a progetto

ci saremmo chiamati

crepuscolari dell’impero occidentale.

Ci saremmo chiamati

ma non avevamo soldi

sul cellulare.

Ma i nostri nomi sono troppi e troppo piccoli

saremo solo un altro medioevo da dimenticare

come le nostre poesie d’amore, che dell’amore hanno solo le occhiaie.

 

Come i qualsiasillabi

liberamente ispirati

a marche di sigarette

antidepressivi e programmi tv

bollette e repubblica.it.

Ma non siamo mica davvero così.

Forse tra qualche secolo non ci sapranno leggere.

Ci chiameranno lineare P.

Un alfabeto antico che nessuno sa.

 

Su questa terrazza pericolante

sotto il peso dei ricordi e degli abusi edilizi

potrei crollare pure subito

e sarei felice

di portarmi il mio quaderno

da Napoli all’inferno,

chi lo sa,

ci vorrà meno di mezz’ora

con la tav.

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partire

  il nove  le mimose

si regalano ai tombini

 

so dire

  non fa niente

in molte lingue

però non so dire

  m’importa

-anche se m’importa-

 

mi basta

la vertigine del nuovo

l’impressione dell’addio

partire

 

 

 

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  • Delirio Manifesto

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    la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve (Mario Ruoppolo)

    Poesia, altro vizio solitario (Camillo Sbarbaro) liberetutti

    Nuestros cantares no pueden ser sin pecado un adorno.
    Estamos tocando el fondo. (Gabriel Celaya)

    adesso// mi è onore indifferente// generare rime prodigiose// ciò che mi importa è solo// far dannare alla grande i borghesi. (Vladimir Majakovskij)
    IMG_2408

    Fondamentalmente non mi interessa molto la poesia che parla solo di frutta e belle scenografie. Mi interessa la poesia che affronta questioni più ampie, questioni di vita e di morte, ecco, e il problema di come comportarsi a questo mondo, di come andare avanti a dispetto di tutto quello che ci accade. Perché il tempo è poco, e l'acqua si sta alzando. (Raymond Carver)

  • Si soffre di ghurba come si soffre di asma, non c’è cura, e i poeti soffrono ancora di più. La poesia in se stessa è già ghurba. (Murid Al-Barghuthi)